Gran Mogol

Gran Mogol: Storia, Mito e Mistero del Diamante perduto di Golconda

Nel pantheon delle gemme leggendarie, poche storie uniscono splendore, audacia e dramma come quella del Gran Mogol. Questa pietra, capostipite dei diamanti storici, incarna l’opulenza dell’India imperiale e racchiude uno dei più grandi misteri della gemmologia mondiale.

La saga del Gran Mogol ha inizio intorno alla metà del XVII secolo nella celebre miniera di Kollur, nella regione di Golconda (India), la culla da cui provengono i diamanti più iconici della storia. Secondo le cronache dell’epoca, il cristallo grezzo era un prodigio della natura dal peso straordinario di 787,5 carati.

La pietra fu acquistata e donata all’imperatore Moghul Shah Jahan – il celebre sovrano che legò il suo nome alla costruzione del Taj Mahal – da parte dell’emiro Mir Jumia. Davanti a un grezzo di tale portata, la corte si trovò di fronte a una sfida cruciale: affidare la gemma a mani capaci di esaltarne l’immenso potenziale.

Per il taglio fu incaricato un lapidario veneziano che all’epoca operava in India, Ortensio Borgio. Quello che doveva essere il capolavoro della sua vita si trasformò, purtroppo per lui, in un fallimento colossale rimasto impresso negli annali della storia della gioielleria.

Nel tentativo di eliminare le numerose inclusioni e le fratture interne della pietra, e nel voler ricavare un unico, immenso esemplare, Borgio sacrificò una quantità enorme di materiale. Il risultato finale fu un diamante con taglio a “rosa alta” (simile a un uovo tagliato a metà) del peso di soli 280 carati circa.

La perdita di oltre 500 carati scatenò l’ira funesta di Aurangzeb, figlio e successore di Shah Jahan. L’imperatore rimase talmente indignato dal drastico calo di peso che non solo negò a Borgio il compenso pattuito, ma gli confiscò ogni avere, infliggendogli una multa astronomica di 10.000 rupie.

L’unica descrizione dettagliata e i preziosi schizzi grafici del Gran Mogol giunti fino a noi si devono al celebre mercante e viaggiatore francese Jean-Baptiste Tavernier, che ebbe il raro privilegio di visionare e pesare la gemma nel 1665, proprio all’interno del tesoro imperiale di Aurangzeb.

Il destino del Gran Mogol cambiò tragicamente nel 1739, quando lo Scià di Persia, Nadir Shah, invase l’India e saccheggiò Delhi. Tra le inestimabili ricchezze requisite e portate nell’odierno Iran c’era anche il leggendario diamante.

Tuttavia, la scia di sangue che accompagnava la gemma non si fermò: dopo l’assassinio di Nadir Shah nel 1747, il Gran Mogol svanì misteriosamente dalle cronache ufficiali, uscendo di scena per sempre. O forse no?

Oggi la comunità gemmologica internazionale concorda su un’affascinante ipotesi: un diamante di quelle dimensioni difficilmente scompare senza lasciare traccia. È altamente probabile che il Gran Mogol sia stato rubato, contrabbandato e ritagliato per camuffarne l’origine.

Molti esperti ritengono che dal suo nucleo sia stato ricavato il famoso diamante Orlov (189,62 carati). Questa gemma, che conserva una forma a “rosa alta” sorprendentemente simile alle descrizioni di Tavernier, fu acquistata dal conte Grigorij Orlov per l’imperatrice Caterina II di Russia. Oggi è incastonata nello Scettro Imperiale dei Romanov e riposa nel Fondo dei Diamanti al Cremlino di Mosca.

Il Gran Mogol ha smesso di esistere o brilla ancora sotto un altro nome? Il fascino di questa gemma risiede proprio qui: nel confine sottile che separa la storia della mineralogia dal mito.

 

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